Pelle Ancestrale
AI & Post-Photography Project
La pelle è una superficie di memoria.
In Pelle Ancestrale il volto umano diventa territorio simbolico, luogo in cui identità, esperienza e trasformazione si inscrivono come segni visibili.
Le pitture che attraversano i volti non sono decorazioni, ma linguaggi primari: richiami tribali, tracce arcaiche, mappe emotive. La pelle dipinta agisce come una seconda epidermide, uno spazio narrativo in cui fotografia e immaginazione post-fotografica si fondono.
La scelta del volto e della serialità costruisce un racconto fatto di variazioni minime e profonde. Ogni immagine è autonoma, ma parte di un ciclo unitario, in cui il corpo si espone come luogo di fragilità e forza.
Il progetto si inserisce anche in una riflessione sul corpo femminile attraversato da forme di violenza fisica, simbolica e culturale. Le fratture visive non mostrano l’atto, ma la sua persistenza nel tempo. Tuttavia il corpo non è mai rappresentato come vittima, bensì come superficie resistente.
Nelle immagini finali emerge un processo di ricomposizione.
I segni non vengono cancellati, ma risignificati. Come nel kintsugi, la frattura diventa parte della forma, trasformando la ferita in consapevolezza e forza.
Pelle Ancestrale è un attraversamento visivo: dalla ferita alla soglia, dalla soglia alla ricomposizione
Pelle Ancestrale
Il volto emerge come superficie primordiale, attraversata da segni che non appartengono a un tempo preciso ma a una memoria collettiva. La pelle dipinta diventa linguaggio, soglia simbolica tra identità individuale e appartenenza archetipica.
Lo sguardo, diretto e silenzioso, non chiede spiegazioni: afferma una presenza. In questa prima immagine il corpo non è ancora ferita né ricomposizione, ma origine. Un punto zero visivo da cui il racconto prende forma.


Atto di presenza
Dopo l’origine, lo sguardo si fa affermazione.
Il volto non è più solo superficie simbolica, ma presenza consapevole. I segni sulla pelle non evocano un altrove rituale, bensì un qui e ora: il corpo prende posizione, si espone, resiste.
Atto di presenza segna il passaggio dall’archetipo all’individuo, dal silenzio primordiale a una forma di dichiarazione visiva.
Interiorità
Dopo il territorio e la presenza, il volto si ritrae.
Gli occhi chiusi interrompono il confronto diretto e introducono una dimensione interiore, rituale.
In Pelle Ancestrale III l’identità non è più affermazione, ma ascolto: il corpo resta superficie simbolica, ma lo sguardo si sottrae, trasformando la pelle in spazio di silenzio e memoria.
La serie prosegue come una riflessione sul corpo non solo come archivio culturale, ma come luogo di consapevolezza.


Linguaggio
Dopo il silenzio dell’interiorità, l’immagine si frantuma.
Il volto non è più riconoscibile come identità unitaria, ma come dettaglio, segno, frammento. In Pelle Ancestrale IV lo sguardo ritorna, isolato e radicale, mentre la pelle si trasforma in superficie di scrittura.
I simboli, le crepe della pittura e la materia cromatica assumono la funzione di un linguaggio arcaico, inciso nel corpo come atto di trasmissione. Qui l’identità non si rappresenta: si decifra.
La serie prosegue interrogando il corpo come spazio simbolico, dove memoria, cultura e visione si condensano in un unico punto di tensione visiva.
Instabilità
Dopo la frammentazione del linguaggio, l’identità entra in una zona di attrito.
In Pelle Ancestrale V il volto è presente ma instabile: lo sguardo perde nitidezza, la pittura si consuma, la superficie non offre più certezze.
La pelle, da archivio simbolico, diventa materia fragile, attraversata dal tempo e dall’esperienza. I segni non dichiarano più appartenenza, ma testimoniano un passaggio.
È in questo slittamento che la serie si apre a una dimensione più umana: vulnerabile, imperfetta, transitoria.


Attrito
In questo capitolo il corpo smette di essere solo superficie simbolica e diventa gesto.
La mano interviene sul volto, non per nascondere, ma per modificare: trascina il colore, altera i segni, interrompe la continuità dell’immagine.
In Pelle Ancestrale VI l’identità non è più contemplata, ma attraversata.
La pittura si fa materia instabile, il segno perde la sua funzione rituale per trasformarsi in atto, in frizione tra memoria e presenza.
È nel contatto — imperfetto, sporco, necessario — che il corpo rivendica la propria esperienza, opponendosi alla fissità dell’immagine e alla possibilità di essere definitivamente letto.
Svuotamento
Dopo l’attrito, resta la traccia.
In Pelle Ancestrale VII il segno si ritrae, la pittura si assottiglia, lasciando emergere la pelle come testimonianza del tempo e dell’esperienza. Ciò che prima era linguaggio strutturato ora sopravvive come residuo, come memoria impressa più che dichiarata. Lo sguardo, ancora presente ma meno assertivo, non afferma più un’identità: la custodisce.
Il corpo non è più campo di conflitto, ma spazio attraversato, segnato, trasformato.
In questo svuotamento la serie raggiunge una soglia delicata, dove l’identità non si impone né si dissolve del tutto, ma rimane come traccia silenziosa, pronta a essere riletta.


Ricomposizione
Dopo lo svuotamento, l’immagine non ritorna all’origine: si riorganizza.
In Pelle Ancestrale VIII i segni riaffiorano in forma essenziale, meno rituale e più consapevole. La pittura non domina più il volto, ma dialoga con la pelle, come se avesse trovato una nuova misura.
Lo sguardo, nuovamente stabile, non rivendica né resiste: accetta.
L’identità non è più costruzione né conflitto, ma equilibrio temporaneo tra ciò che resta e ciò che è stato attraversato.
Questa ricomposizione non offre una conclusione definitiva, ma una possibilità: il corpo come spazio vivo, capace di trasformarsi senza perdere memoria, di riorganizzare i segni senza cancellarne il peso.
La soglia
La nona immagine della serie segna un momento di passaggio. La donna appare a figura intera, il corpo leggermente ruotato e il peso sbilanciato: non è ancora liberata, ma nemmeno più prigioniera. La tribalità, che nei primi volti era incisiva e dominante, scende ora sul corpo come residuo, interrotta, consumata, frammentaria. La pittura si spezza, alcune aree restano nude, altre portano ancora simboli e texture che ricordano il passato. Lo sguardo laterale, contemplativo e irresoluto, insieme alla luce laterale e alle ombre profonde, restituisce la tensione del momento: la donna attraversa la soglia, sospesa tra ciò che è stato e ciò che sarà. Non è conclusione, ma transizione: una pausa narrativa che prepara il finale della serie


Attraversamento
L’immagine X rappresenta il culmine del percorso corporeo della serie. La donna si mostra a figura intera, il corpo completamente visibile ma ancora segnato dalle cicatrici e dai residui della tribalità. La posa è instabile, la tensione palpabile: non c’è trionfo, non c’è pacificazione, solo la consapevolezza del cammino intrapreso.
La luce laterale e le ombre profonde enfatizzano la tridimensionalità del corpo, mentre le aree non marcate dalla pittura indicano la progressiva liberazione dall’imposizione dei segni.
In questo momento di attraversamento, il corpo diventa soglia tra il passato inciso sul volto e il futuro della riconciliazione interiore, preparando il ritorno finale del volto nella XI, dove le ferite vengono trasformate in struttura e valore.
Volto dorato
L’ultima immagine della serie conclude il percorso narrativo e simbolico. Il volto della donna ritorna al primo piano, ma non come replica: le ferite e i segni tribali non vengono cancellati, ma trasformati.
L’oro, applicato nelle crepe e nelle fratture, ne valorizza la storia e la resilienza, in un chiaro richiamo al kintsugi giapponese: ciò che si è rotto diventa struttura, memoria e forza. Lo sguardo, diretto e consapevole, manifesta la donna intera, padrona della propria storia, che non nasconde le cicatrici ma le riconosce come parte di sé.
Questa immagine finale non celebra un ritorno alla normalità, ma afferma la trasformazione attraverso la consapevolezza, chiudendo il ciclo narrativo della serie con un atto di potenza e delicatezza insieme

